La chiesa parrocchiale "Maria Assunta in Cielo"

Il CampanileIl BattisteroS. EufemiaFotografie

(informazioni sono tratte dal libro: DORNO Appunti Storici di Dino Laboranti)  

 

La primitiva chiesa (che da alcuni archivi storici di Milano risale all'anno 1187) si trovava circa sul posto dell'attuale ed era adiacente al castello e al cimitero; era di stile romanico, a tre navate con possenti pilastri. Nel rifacimento del 16° secolo una torre del castello diventò il campanile.

 

Nel 1635 si aggiunsero l'altare maggiore, l'altare di San Francesco e del Sepolcro con relative balaustre, opere marmoree di stile barocco. 

 

La demolizione della vecchia chiesa, ormai inadatta al forte incremento della popolazione, fu cominciata nel 1848 con il prevosto don Giacomo Garbarini.  

 

L'attuale chiesa ha forma di croce latina con grandiosa cupola (eretta nel 1854): è di ordine composito tendente allo stile impero, è lunga m.66 e larga m. 25, a tre navate. Fu consacrata il 1° settembre 1889 dal Vescovo di Vigevano De Gaudenzi, essendo Parroco don Luigi Galassi. 

 

Attualmente la chiesa ha undici altari, oltre all'altare maggiore di stile barocco, decorato con marmi finissimi. 

Nella chiesa ci sono dipinti di Baldassarre Varazzi, del Garberini, del Mazzucchi, di Biagio Canevari, opere di Roberto Fontana e le sculture del Ravasco. L'unico avanzo prezioso della più antica chiesa è la base del battistero formata da un cippo marmoreo lavorato a fogliami di acanto, databile all'età romana (augustea o flavia)

 

Fino al 1950 la Chiesa Parrocchiale di Dorno era dedicata a san Bartolomeo apostolo, raffigurato insieme a san Materno nell'affresco dell'abside. Il 1° novembre 1950, alla chiusura dell'anno giubilare di fede, papa Pio XII proclamò il dogma dell'Assunta di Maria Vergine in cielo e la chiesa di Dorno fu dedicata a "MARIA ASSUNTA IN CIELO"


 

 

 IL CAMPANILE 

 

Nel 1899, sul campanile della nostra chiesa parrocchiale, che ha come base parte della antica torre del Castello demolito nel 1848, veniva installato il nuovo concerto di cinque campane "in do grave", fuse dalla ditta Fratelli Bianchi di Varese.

Il campanile cuspide compresa è alto metri 38. Venne ristrutturato nel periodo ricompreso settembre-dicembre 1998 da una impresa edile di San Cipriano Po su progetto dell' Arch. Palmieri di Dorno.

Da documenti esistenti nell' Archivio Parrocchiale risulta che il prevosto don Luigi Galassi, per far fronte alla spesa, indisse una sottoscrizione e in un registro sono riportati i nomi degli oblatori che si erano impegnati a versare uha quota annua (da una lira a cinque lire) per tre anni; provvedevano alla raccolta delle quote i "collettori" delle varie contrade del paese.

Nella "bolletta" rilasciata dal pesatore, certo Boncompagni, il 29 dicembre 1899, risulta il peso totale delle campane:(quintali 49,35) e del castello di ferro a sostegno: (quintali 43,28).

Le campane furono prelevate alla stazione ferroviaria di Gropello Cairoli da carri tirati da coppie di buoi dell'agricoltore Giuseppe Cuzzoni (Mistròu), proprietario del podere in "contrada di Pavia" e furono issate fino alla cella campanaria, a circa trenta metri, con una complessa operazione tramite corde, catene e paranchi.

Su ogni campana stava a cavalcioni un operaio della fonderia Bianchi che dirigeva con la voce e coi gesti le varie operazioni di sollevamento.

La fonderia di Varese, che aveva fuso le vecchie campane del peso di quintali 25,09, ebbe in totale, dal curato e tesoriere don Secondo Passerini, il 21 luglio 1908, la somma di lire 9800,06.

Alla raccolta dei fondi contribuì con lire 3300 il Comune che così rinnovò il diritto al suono delle campane in determinate circostanze: mezzogiorno, scuola (la campana suonava alle 8,45 e alle 13,15), incendio (a martello), vaccinazioni, orologio.

Da alcuni anni le campane vengono messe in movimento per mezzo di un congegno elettronico con programmi prestabiliti.

Ogni campana aveva la sua funzione, un significato, un suo richiamo nella vita della parrocchia.

Il "campanone", la campana più grande, oltre a segnare le ore, diffondeva i suoi rintocchi lenti e gravi per annunciare la morte (ingunìa) e il funerale dei parrocchiani; il concerto delle cinque campane (campanà) dominava in occasione di battesimi, matrimoni e feste solenni.

Seguiva in ordine di grandezza la "quarta" che suonava all' Ave Maria del mattino, della sera e al mezzogiorno; la "terza" era la campana che dava il segnale della scuola (ore 8,45 e 13,15) e della Messa feriale del Prevosto; suonava a martello in occasione di incendi e durante la benedizione del tempo nell'imminenza di temporali; la "seconda" suonava per le messe feriali degli altri sacerdoti e l'ultima, la più piccola, per chiamare al catechismo i bambini in determinati periodi dell'anno (Avvento e Quaresima).

Su ogni campana c'è una iscrizione latina e una invocazione.

In occasione dei battesimi o funerali di bambini (un tempo ne morivano tanti) il sacrestano saliva alla cella campanaria e suonava le cinque campane battendo su una tastiera (la dina-dana). Nella Settimana Santa, quando le campane rimanevano mute dal Giovedì Santo al sabato mattina, le cerimonie venivano annunciate dal gracidio della "trica e traca", un rudimentale strumento di legno messo in funzione sul campanile dai chierichetti.


 

  

 

 IL BATTISTERO 

 

Nella navata laterale sinistra della Chiesa Parrocchiale, chiuso da un cancello di ferro, si trova il fonte battesimale di cui si hanno notizie fino dal XIV secolo.

Nella visita pastorale del 1555 si parla della cappella e dell'altare di S. Giovanni Battista con i passimi del fonte battesimale.

Nell'attuale battistero è inserito un cippo costituito da una base decorata di foglie di acanto, usata come sostegno del fonte battesimale stesso, che è una vasca di marmo del 1600.

Questo antico pezzo architettonico è isolato e non può riferirsi ad alcun antico monumento locale; nulla è dato sapere circa la sua provenienza e come esso sia finito a far da sostegno alla vasca battesimale.

Il cippo è di marmo greco, misura cm. 69 di altezza, e ha un diametro massimo di cm. 43; nell'utilizzazione come sostegno della fonte fu forato per permettere lo scolo dell'acqua.

Esso presenta alla base un toro rivestito di piatte foglie d'acanto, quindi il calice si erge con leggero rigonfiamento nella parte inferiore per restringersi verso la sommità dove si rovesciano in fuori i riccioli terminali delle lunghe e larghe foglie d'acanto perfettamente aderenti al nucleo e a contatto fra loro con le punte terminali delle foglie; in corrispondenza di questa linea di unione delle foglie vi è un solco verticale.

In sostanza, si vedono quattro grandi cespi di acanto sboccianti dalla base con toro e a contatto fra loro; ciascuno é composto di una piatta nervatura mediana dalla quale simmetricamente escono ai lati, una sopra l'altra, tre foglie e che termina con il ricciolo rovesciato; a riempire i vuoti alla base sono sempre, a stretto contatto, una foglia per parte a fianco di ogni cespo. Questo calice fogliaceo è in più parti abraso, ma nelle parti meglio conservate mostra una delicata trattazione delle superfici, specie nella nervatura mediana e nell'adeguamento delle foglie al fondo; l'intaglio é leggero e si limita a far risaltare i contorni appuntiti delle foglie senza scavare a fondo le ombre nei vuoti.

Si nota una composta eleganza, non nervosa, che è tipica di famose decorazioni di età augustea e flavia. Lo stile, sia pure in tono minore, non è lontano dall'età flavia.

L'importanza di questo pezzo non sta nel suo stile, ma proprio nella sua funzione. E' evidente che questo calice d'acanto stava alla base di una colonna; si può pensare anche a una colonna non in funzione propriamente architettonica ma decorativa, quale base di candelabro; il calice d'acanto è comunque del tipo che è possibile riscontrare in alcuni esempi architettonici monumentali (il motivo del giro delle foglie di acanto sembra nato in Egitto, da cui passò in Oriente e quindi nella Gallia meridionale). Il pezzo di Dorno é certamente importato, ma non si sa se già direttamente in antico (il che presupporrebbe un livello civile quale i modesti trovamenti nel nostro paese non lasciano sospettare e che non è comprovato da alcun altro pezzo architettonico), o in età moderna da altra località.

In antico il Battistero era fuori della Chiesa, secondo l'uso paleocristiano e dell'Alto Medio Evo (esempio di Lomello e di numerose Cattedrali lombarde e emiliane).

Quello di Dorno, che era un vero e proprio edificio a se stante, di pianta rotonda o poligonale, fu abbandonato e scomparve, non sappiamo quando. Ne esistevano i ruderi ancora all'inizio del seicento.


 

 
   

     S. EUFEMIA 

   

Nella Chiesa parrocchiale, nel terzo altare a sinistra, si venera il corpo di S. Eufemia, giovinetta martirizzata nel IV secolo durante la persecuzione di Diocleziano.

L'urna della Santa è posta in fondo a una splendida cappella che è un vero trionfo di pitture e sculture.

L'altare è di marmi preziosi, la vetrata porta l'immagine della Martire, l'urna di bronzo e di cristallo è rinchiusa in un tempietto di legno finemente scolpito e dorato.

S. Eufemia era una fanciulla di 14 o 15 anni; dopo il martirio il corpo fu sepolto in un loculo nelle Catacombe di S. Ciriaco sulla via Ostiense.

Qui rimase fino al 1665 quando passò in proprietà della antica e nobile famiglia romana dei Principi Aldobrandini Pamphili.

Quattro anni dopo fu affidato ad Anna Pamphili , andata a sposa al principe Doria di Genova ,e poi pervenne al monastero di S. Spirito delle Suore Domenicane di clausura.

Nel 1925, aderendo alla richiesta del prevosto mons. Maroi, il Vescovo di Vigevano mons. Scapardini, destinò le reliquie della Santa alla parrocchia di Dorno dove si diede inizio alla sistemazione dell'altare e dell'urna.

Le Suore Missionarie dell'Immacolata di Mortara prepararono gli indumenti secondo modelli e disegni di stile romano -cristiano: la veste é di seta bianca arabescata, il manto di damasco rosso bordato di ricami finissimi, il materassino e il cuscino di velluto rosso con motivi a palme in oro.

La palma che la Santa tiene nella mano sinistra, come simbolo del martirio, e il diadema sono di oro puro.

L'ampolla, racchiusa in un reliquiario d'argento, contiene terra intrisa di sangue.

Dall'esame del cranio, che si conserva quasi completo, si rilevò una larga spaccatura prodotta da un colpo di mazza; per questo sulla maschera di cera della Santa é stata riprodotta la ferita sulla fronte.

Il 6 settembre 1927 l'urna di bronzo con il corpo di S. Eufemia fu trasportata a Dorno nel corso delle trionfali cerimonie in occasione del Congresso Eucaristico Diocesano.

Ogni anno a metà Settembre si festeggia la Santa di Dorno.